I mal partiti
Che fine hanno fatto i partiti? All’inizio di un anno che si presenta critico, nel quale è elevatissimo il rischio che la recessione si trasformi in depressione, dagli stati maggiori delle forze politiche arrivano solo fiochi segnali di esistenza. Plausi al Quirinale, distinguo flebili dall’esecutivo, qualche stanca polemica retrospettiva con gli avversari.

Che fine hanno fatto i partiti? All’inizio di un anno che si presenta critico, nel quale è elevatissimo il rischio che la recessione si trasformi in depressione, dagli stati maggiori delle forze politiche arrivano solo fiochi segnali di esistenza. Plausi al Quirinale, distinguo flebili dall’esecutivo, qualche stanca polemica retrospettiva con gli avversari. I partiti si nascondono, alcuni dietro i sindacati, altri dietro qualche protesta del ceto medio, nell’illusione, a quel che pare, che una volta conclusa la fase del governo tecnico tutto tornerà coma prima e che quindi basta evitare di compromettersi ora su obiettivi, programmi e alleanze. Se la pensano così, vuol dire che non hanno imparato nulla. Non hanno compreso che, se sono stati indotti ad abbandonare senza combattere le funzioni di governo e di opposizione che avevano ricevuto dall’elettorato, hanno di fatto spezzato il mandato e debbono cercare di riconquistarlo fornendo risposte adeguate alla situazione che si è creata.
Se non sapranno riempire di contenuti il tempo presente, elaborando riforme istituzionali, enunciando e ove possibile concordando misure per la crescita non episodiche, rischiano di essere considerati enti inutili. La sceneggiata della contrapposizione tra Pd e Pdl non renderà niente a nessuno. C’è anzi il rischio che, mentre le grandi formazioni paralizzate si guardano senza produrre politica, si saldi un fronte di opposizione tra giustizialisti, leghisti ed estrema sinistra. La convergenza di posizioni protestatarie non costruisce un programma ma, se chi dovrebbe farlo ci rinuncia, persino un’ammucchiata demagogica e manettara finisce per sembrare un’alternativa.
Se non sapranno riempire di contenuti il tempo presente, elaborando riforme istituzionali, enunciando e ove possibile concordando misure per la crescita non episodiche, rischiano di essere considerati enti inutili. La sceneggiata della contrapposizione tra Pd e Pdl non renderà niente a nessuno. C’è anzi il rischio che, mentre le grandi formazioni paralizzate si guardano senza produrre politica, si saldi un fronte di opposizione tra giustizialisti, leghisti ed estrema sinistra. La convergenza di posizioni protestatarie non costruisce un programma ma, se chi dovrebbe farlo ci rinuncia, persino un’ammucchiata demagogica e manettara finisce per sembrare un’alternativa.